 pio trasporto, e al rogo
le darem lungi dalle navi alquanto,
onde al nostro tornar nel patrio suolo
le ceneri portarne ai mesti figli.
E dintorno alla pira una comune
tomba ergeremo, e di muraglia e d'alte
torri, a difesa delle navi e nostra,
con rapido lavor la cingeremo,
e salde vi apriremo e larghe porte
per l'egresso de' cocchi. Indi un'esterna
profonda fossa scaverem che tutta
circondi la muraglia, e de' cavalli
l'impeto affreni e de' pedon, se mai
de' Teucri irrompa l'orgoglioso ardire.
Disse, e tutti annuiro i prenci achei.
Di Prïamo alle soglie in questo mentre
su l'alta iliaca rocca i Teucri anch'essi
tenean confusa e trepida consulta.
Primo il saggio Antenòr sì prese a dire:
Dardanidi, Troiani, e voi venuti
in sussidio di Troia, i sensi udite
che il cor mi porge. Rendasi agli Atridi
con tutto il suo tesor l'argiva Elèna.
Vïolammo noi soli il giuramento,
e quindi inique le nostr'armi sono.
Se non si rende, non avrem che danno.
Così detto, s'assise. E surto in piedi
il bel marito della bella Argiva
così Pari rispose: Al cor m'è grave,
Antenore, il tuo detto, e so che porti
una miglior sentenza in tuo segreto.
Ché se parli davver, davvero i numi
ti han tolto il senno. Ma ben io qui schietti
i miei sensi aprirò. La donna io mai
non renderò, giammai. Quanto alle ricche
spoglie che d'Argo a queste rive addussi,
tutte render le voglio, ed altre ancora
aggiungeronne di mio proprio dritto.
Tacque, e sul seggio si raccolse. Allora
in sembianza d'un Dio levossi in mezzo
il Dardanide Prïamo, ed, Udite,
Teucri, ei disse, e alleati, il mio pensiero,
quale il cor lo significa. Pel campo
del consueto cibo si ristauri
ognuno, e attenda alla sua scolta, e vegli.
Col nuovo sole alle nemiche navi
Idèo sen vada, e ad ambedue gli Atridi
di Paride, cagion della contesa,
riferisca la mente, e una discreta
proposta aggiunga di cessar la guerra,
finché il rogo consunte abbia le morte
salme de' nostri, per pugnar di poi
finché la Parca ne spartisca, e agli uni
conceda o agli altri la vittoria intégra.
Tutti assentiro riverenti al detto:
indi pel campo procurâr le cene
in divisi drappelli. Il dì novello
alle navi s'avvìa l'araldo Idèo,
e raccolti ritrova a parlamento
i bellicosi Achei davanti all'alta
agamennònia poppa. Appresentossi
tosto il canoro banditore, e disse:
Atridi e duci achei, mi diè comando
Priamo e di Troia gli ottimati insieme
di sporvi, se vi fia grato l'udirla,
di Paride, cagion di questa guerra,
una proferta. Le ricchezze tutte
ch'ei d'Argo addusse (oh pria perito ei fosse!)
ei tutte le vi rende, ed altre ancora
di sua ragion n'aggiungerà. Ma quanto
alla gentil tua donna, o Menelao,
di questa ei niega il rendimento, e indarno
l'esortano i Troiani. E un'altra io reco
di lor proposta: Se quetar vi piaccia
della guerra il furor, finché de' morti
le care spoglie il foco abbia combuste,
per indi razzuffarci infin che piena
tra noi decida la vittoria il fato.
Disse, e tutti ammutîr. Sciolse il Tidìde
alfin la voce; e, Niun di Pari, ei grida,
lungo il fiume a dormir. Stringean frattanto
d'assedio la cittade i forti Elèi
d'espugnarla bramosi. Ma di Marte
ebber tosto davanti una grand'opra.
Brillò sul volto della terra il sole,
e noi Minerva supplicando e Giove
appiccammo la zuffa. Aspro fu il cozzo
delle due genti, ed io primiero uccisi
(e i corsieri gli tolsi) il bellicoso
Mulio, gener d'Augìa, del quale in moglie
la maggior figlia possedea, la bionda
Agamède, cui nota era, di quante
l'almo sen della terra erbe produce,
la medica virtù. Questo io trafissi
coll'asta, e lo distesi, e, dell'ucciso
salito il cocchio, mi cacciai tra' primi.
Visto il duce cader de' cavalieri
che gli altri tutti di valor vincea,
si sgomentaro i generosi Elèi,
e fuggîr d'ogni parte. Io come turbo
mi serrai loro addosso, e di cinquanta
carri fei preda, e intorno a ciascheduno
mordean la polve dal mio ferro ancisi
due combattenti. E messi a morte avrei
gli Attòridi pur anco, i due medesmi
Molïoni, se fuor della battaglia
non li traea, coprendoli di nebbia,
il gran rege Nettunno. Al nostro ardire
alta vittoria allor Giove concesse.
Perocché per lo campo, tutto sparso
di scudi e di cadaveri, tant'oltre
gl'inseguimmo uccidendo, e raccogliendo
le bell'armi nemiche, che spingemmo
fino ai buprasii solchi i corridori,
fin all'olenio sasso, ed alla riva
d'Alèsio, al luogo che Calon si noma.
Qui fêr alto per cenno di Minerva
i vincitori, e qui l'estremo io spensi.
Da Buprasio frattanto i nostri prodi
riconduceano a Pilo i polverosi
carri, e dar laude si sentìa da tutti
a Giove in cielo, ed a Nestorre in terra.
Tal nelle pugne apparve il valor mio.
Ma del valor d'Achille il solo Achille
godrassi, e quando consumati ahi! tutti
vedrà gli Achivi, piangerà, ma indarno.
Caro Patròclo, nel pensier richiama
di Menèzio i precetti, onde il buon veglio
t'accompagnava il giorno che da Ftia
ti spediva all'Atride Agamennóne.
Fummo presenti, e gli ascoltammo interi
il divo Ulisse ed io Nestorre, entrambi
al regal tetto di Pelèo venuti
a far eletta di guerrieri achei.
Ivi l'eroe Menèzio e te vedemmo
d'Achille al fianco. Il cavalier Pelèo,
venerando vegliardo, entro il cortile
al fulminante Giove ardea le pingui
cosce d'un tauro, e sull'ardenti fibre
negro vino da nappo aureo versava.
Voi vi stavate preparando entrambi
le sacre carni, e noi giungemmo in quella
sul limitar. Stupì, levossi Achille,
per man ne prese, e n'introdusse, in seggio
ne collocò, ne pose innanzi i doni
che il santo dritto dell'ospizio chiede.
Ristorati di cibo e di bevanda,
io parlai primamente, e v'esortava
l'uno e l'altro a seguirne; e il bramavate
voi fortemente. E quai de' due canuti
fûro allora i conforti? Al figlio Achille
raccomandò Pelèo l'oprar mai sempre
da prode, e a tutti di valor star sopra.
Ma volto a te l'Attòride Menèzio,
Figlio, il vecchio dicea, ti vince Achille
di sangue, e tu lui d'anni; egli di forza,
tu di consiglio. Con prudenti avvisi
dunque il governa e l'ammonisci, e all'uopo
t'obbedirà. Tal era il suo precetto;
tu l'obblïasti. Or via, l'adempi adesso,
parla all'amico bellicoso, e tenta
süaderlo. Chi sa? Qualche buon Dio
animerà le tue parole, e l'alma
toccherà di quel fiero. Al cor va sempre
l'ammonimento d'un diletto amico.
Ché s'ei paventa in suo segreto un qualche
vaticinio, se alcuno a lui da Giove
la madre ne recò, te mandi almeno
co' Mirmidóni a confortar gli Achivi
nella battaglia, e l'armi sue ti ceda.
Forse ingannati dall'aspetto i Teucri
ti crederan lui stesso, e fuggiranno,
e gli egri Achei respireranno: è spesso
di gran momento in guerra un sol respiro.
E voi freschi guerrieri agevolmente
respingerete lo stanco nemico
dalle tende e dal mare alla cittade.
Sì disse il saggio, e tutto si commosse
il cor nel petto di Patròclo. Ei corse
lungo il lido ad Achille, e giunto all'alta
ma d'Ilio alla gran torre. Udito avendo
dell'inimico un furïoso assalto
e de' Teucri la rotta, la meschina
corre verso le mura a simiglianza
di forsennata, e la fedel nutrice
col pargoletto in braccio l'acccompagna.
Finito non avea queste parole
la guardïana, che veloce Ettorre
dalle soglie si spicca, e ripetendo
il già corso sentier, fende diritto
del grand'Ilio le piazze: ed alle Scee,
onde al campo è l'uscita, ecco d'incontro
Andromaca venirgli, illustre germe
d'Eezïone, abitator dell'alta
Ipoplaco selvosa, e de' Cilìci
dominator nell'ipoplacia Tebe.
Ei ricca di gran dote al grande Ettorre
diede a sposa costei ch'ivi allor corse
ad incontrarlo; e seco iva l'ancella
tra le braccia portando il pargoletto
unico figlio dell'eroe troiano,
bambin leggiadro come stella. Il padre
Scamandrio lo nomava, il vulgo tutto
Astïanatte, perché il padre ei solo
era dell'alta Troia il difensore.
Sorrise Ettorre nel vederlo, e tacque.
Ma di gran pianto Andromaca bagnata
accostossi al marito, e per la mano
strignendolo, e per nome in dolce suono
chiamandolo, proruppe: Oh troppo ardito!
il tuo valor ti perderà: nessuna
pietà del figlio né di me tu senti,
crudel, di me che vedova infelice
rimarrommi tra poco, perché tutti
di conserto gli Achei contro te solo
si scaglieranno a trucidarti intesi;
e a me fia meglio allor, se mi sei tolto,
l'andar sotterra. Di te priva, ahi lassa!
ch'altro mi resta che perpetuo pianto?
Orba del padre io sono e della madre.
M'uccise il padre lo spietato Achille
il dì che de' Cilìci egli l'eccelsa
popolosa città Tebe distrusse:
m'uccise, io dico, Eezïon quel crudo;
ma dispogliarlo non osò, compreso
da divino terror. Quindi con tutte
l'armi sul rogo il corpo ne compose,
e un tumulo gli alzò cui di frondosi
olmi le figlie dell'Egìoco Giove
l'Oreadi pietose incoronaro.
Di ben sette fratelli iva superba
la mia casa. Di questi in un sol giorno
lo stesso figlio della Dea sospinse
l'anime a Pluto, e li trafisse in mezzo
alle mugghianti mandre ed alle gregge.
Della boscosa Ipoplaco reina
mi rimanea la madre. Il vincitore
coll'altre prede qua l'addusse, e poscia
per largo prezzo in libertà la pose.
Ma questa pure, ahimè! nelle paterne
stanze lo stral d'Artèmide trafisse.
Or mi resti tu solo, Ettore caro,
tu padre mio, tu madre, tu fratello,
tu florido marito. Abbi deh! dunque
di me pietade, e qui rimanti meco
a questa torre, né voler che sia
vedova la consorte, orfano il figlio.
Al caprifico i tuoi guerrieri aduna,
ove il nemico alla città scoperse
più agevole salita e più spedito
lo scalar delle mura. O che agli Achei
abbia mostro quel varco un indovino,
o che spinti ve gli abbia il proprio ardire,
questo ti basti che i più forti quivi
già fêr tre volte di valor periglio,
ambo gli Aiaci, ambo gli Atridi, e il chiaro
sire di Creta ed il fatal Tidìde.
Dolce consorte, le rispose Ettorre,
ciò tutto che dicesti a me pur anco
ange il pensier; ma de' Troiani io temo
fortemente lo spregio, e dell'altere
Troiane donne, se guerrier codardo
mi tenessi in disparte, e della pugna
evitassi i cimenti. Ah nol consente,
no, questo cor. Da lungo tempo appresi
ad esser forte, ed a volar tra' primi
negli acerbi conflitti alla tutela
della paterna gloria e della mia.
Giorno verrà, presago il cor mel dice,
verrà giorno che il sacro iliaco muro
e Priamo e tutta la sua gente cada.
Ma né de' Teucri il rio dolor, né quello
d'Ecuba stessa, né del padre antico,
né de' fratei, che molti e valorosi
sotto il ferro nemico nella polve
cadran distesi, non mi accora, o donna,
sì di questi il dolor, quanto il crudele
tuo destino, se fia che qualche Acheo,
del sangue ancor de' tuoi lordo l'usbergo,
lagrimosa ti tragga in servitude.
densa corona, di sue forze altero
volve dintorno i truci occhi, né teme
la tempesta de' dardi né la morte,
ma generoso si rigira e guarda
dove slanciarsi fra gli armati, e ovunque
urta, s'arretra degli armati il cerchio;
tal fra l'armi s'avvolge il teucro duce,
i suoi spronando a valicar la fossa.
Ma non l'ardìan gli ardenti corridori
che mettean fermi all'orlo alti nitriti,
dal varco spaventati arduo a saltarsi
e a tragittarsi: perocché dintorno
s'aprìan profondi precipizi, e il sommo
margo d'acuti pali era munito,
di che folto v'avean contro il nemico
confitto un bosco gli operosi Achei,
tal che passarvi non potean le rote
di volubile cocchio. Ma bramosi
ardean d'entrarvi e superarlo i fanti.
Fattosi innanzi allor Polidamante
ad Ettore sì disse: Ettore, e voi
duci troiani e collegati, udite.
Stolto ardire è il cacciar dentro la fossa
gli animosi cavalli. E non vedete
il difficile passo e la foresta
d'acute travi, che circonda il muro?
Di niuna guisa ai cavalier non lice
calarsi in quelle strette a far conflitto,
senza periglio di mortal ferita.
Se il Tonante in suo sdegno ha risoluta
degli Achei la ruina e il nostro scampo,
ben io vorrei che questo intervenisse
qui tosto, e che dal caro Argo lontani
perdesser tutti coll'onor la vita.
Ma se voltano fronte, e dalle navi
erompendo con impeto, nel fondo
ne stringono del fosso, allor, cred'io,
niuno in Troia di noi nunzio ritorna
salvo dal ferro de' conversi Achei.
Diam dunque effetto a un mio pensier. Sul fosso
ogni auriga rattenga i corridori,
e noi pedoni, corazzati e densi
tutti in punto seguiam l'orme d'Ettorre.
Non sosterranno il nostro urto gli Achivi,
se l'ora estrema del lor fato è giunta.
Disse; e ad Ettore piacque il saggio avviso.
Balzò dunque dal carro incontanente
tutto nell'armi, e balzâr gli altri a gara,
visto l'esempio di quel divo. Ognuno
fe' precetto all'auriga di sostarsi
co' destrieri alla fossa in ordinanza;
ed essi in cinque battaglion divisi
seguiro i duci. Andò la prima squadra
con Ettore e col buon Polidamante,
ed era questa il fiore e il maggior nerbo
de' combattenti, desïosi tutti
di spezzar l'alto muro, e su le navi
portar la pugna: terzo condottiero
li seguìa Cebrïon, messo in sua vece
alla custodia dell'ettoreo carro
altro men prode auriga. Erano i duci
della seconda Paride, Alcatòo
ed Agenorre. Della terza il divo
Dëifobo ed Elèno ed Asio, il prode
d'Irtaco figlio, cui d'Arisba a Troia
portarono e dall'onda Selleente
due destrier di gran corpo e biondo pelo.
Capitan della quarta era d'Anchise
l'egregia prole, Enea, co' due d'Antènore
pugnaci figli Archìloco e Acamante.
Degl'incliti alleati è condottiero
Sarpedonte, con Glauco e Asteropèo,
da lui compagni del comando assunti
come i più forti dopo sé, tenuto
il più forte di tutti. In ordinanza
posti i cinque drappelli, e di taurine
targhe coperti, mossero animosi
contro gli Achei, sperando entro le navi
precipitarsi alfin senza ritegno.
Mentre tutti e Troiani ed alleati
al consiglio obbedìan dell'incolpato
Polidamante, il duce Asio sol esso
lasciar né auriga né corsier non volle,
ma vêr le navi li sospinse. Insano!
Que' corsieri, quel cocchio, ond'egli esulta,
nol torranno alla morte, e dalle navi
in Ilio no nol torneran. La nera
Parca già il copre, e all'asta lo consacra
del chiaro Deucalìde Idomenèo.
Alla sinistra del naval recinto
ove carri e cavalli in gran tumulto
venìan cacciando i fuggitivi Achei,
spins'egli i suoi corsier verso la porta,
non già di sbarre assicurata e chiusa,
ma spalancata e da guerrier difesa
a scampo de' fuggenti. Il coraggioso
flagellò drittamente i corridori
a quella volta, e con acute grida
altri il seguìan, sperandosi che rotti,
senza far testa, nelle navi in salvo
Scagliò l'asta, ciò detto, ed un guerriero
percosse de' primai, commilitone
del magnanimo Enea, Dëicoonte,
di Pèrgaso figliuol tenuto in pregio
dai Teucri al paro che di Priamo i figli,
perché presto a pugnar sempre tra' primi.
Colpillo Atride nell'opposto scudo
che difesa non fece. Trapassollo
tutto la lancia, e per lo cinto all'imo
ventre discese. Strepitoso ei cadde,
e l'armi rimbombâr sovra il caduto.
Enea diè morte di rincontro a due
valentissimi, Orsiloco e Cretone,
figli a Dïòcle, della ben costrutta
città di Fere un ricco abitatore.
Scendea costui dal fiume Alfeo che largo
la pilia terra di bell'acque inonda:
Alfèo produsse Orsiloco di molte
genti signore, Orsiloco Dïòcle,
e Dïòcle costor, mastri di guerra
d'un sol parto acquistati. Aveano entrambi
già fatti adulti navigato a Troia
per onor degli Atridi, e qui la vita
entrambi terminâr. Quai due leoni,
cui la madre sul monte entro i recessi
d'alto speco educò, fan ruba e guasto
delle mandre, de' greggi e delle stalle,
finché dal ferro de' pastor raggiunti
caggiono anch'essi; e tali allor dall'asta
d'Enea percossi caddero costoro
col fragor di recisi eccelsi abeti.
Strinse pietà dei due caduti il petto
del prode Menelao, che tosto innanzi
si spinse di lucenti armi vestito
l'asta squassando. E Marte, che domarlo
per man d'Enea fa stima, il cor gli attizza.
Del magnanimo Nestore il buon figlio
Antiloco osservollo, e un qualche danno
paventando all'Atride, un qualche grave
storpio all'impresa degli Achei, processe
nell'antiguardo. Già s'aveano incontro
abbassate le picche i due campioni
pronti a ferir, quando d'Atride al fianco
Antiloco comparve: e di due tali
viste le forze in un congiunte, Enea,
benché prode guerriero, retrocesse.
Trassero questi tra gli Achei gli estinti
Orsiloco e Cretone, e d'ambedue
le miserande spoglie in man deposte
degli amici, dier volta, e nella pugna
novellamente si mischiâr tra' primi.
Fu morto il duce allor de' generosi
scudati Paflagoni, il marziale
Pilemene. Il ferì d'asta alla spalla
l'Atride Menelao. Lo suo sergente
ed auriga Midon, gagliardo figlio
d'Antimnio, cadde per la man d'Antiloco.
Dava questo Midon, per via fuggirsi,
la volta al cocchio. Antiloco nel pieno
del cubito il ferì con tale un colpo
di sasso, che gittògli al suol le belle
eburnee briglie. Gli fu tosto sopra
il feritor col brando, e su la tempia
d'un dritto l'attastò, che giù dal carro
lo travolse, e ficcògli nella sabbia
testa e spalle. Anelante in quello stato
ei restossi gran pezza, ché profondo
era il sabbion; finché i destrier del tutto
lo riversâr calpesto nella polve.
Diè lor di piglio Antiloco, e veloce
col flagello li spinse al campo acheo.
Com'Ettore di mezzo all'ordinanze
vide lor prove, impetuoso mosse
con alte grida ad investirli, e dietro
de' Teucri si traea le forti squadre
cui Marte è duce e la feral Bellona.
Bellona in compagnìa vien dell'orrendo
tumulto della zuffa; e Marte in pugno
palleggia un'asta smisurata, e or dietro
or davanti cammina al grande Ettorre.
Turbossi a quella vista il bellicoso
Tidìde; e quale della strada ignaro
vïator che trascorsa un'ampia landa
giunge a rapido fiume che mugghiante
l'onda del mar devolve, e visto il flutto
che freme e spuma, di fuggir s'affretta
l'orme sue ricalcando: a questa guisa
retrocesse il Tidìde, e al suo drappello
volgendo le parole: Amici, ei disse,
qual fia stupor se forte d'asta e audace
combattente si mostra il duce Ettorre?
Sempre al fianco gli viene un qualche iddio
che alla morte l'invola; ed or lo stesso
Marte in sembianza d'un mortal l'assiste.
Non vogliate attaccar dunque co' numi
ostinata contesa, e date addietro,
ma col viso ognor vòlto all'inimico.
Mentr'egli sì dicea, scagliârsi i Teucri
addosso alla sua schiera. E quivi Ettorre
a morte mise due guerrier, nell'armi
Al primo scontro lo colpì nel petto
su la destra mammella, e la ferrata
punta pel tergo riuscir gli fece.
Cadde il garzone nella polve a guisa
di liscio pioppo su la sponda nato
d'acquidosa palude: a lui de' rami
già la pompa crescea, quando repente
colla fulgida scure lo recise
artefice di carri, e inaridire
lungo la riva lo lasciò del fiume,
onde poscia foggiarne di bel cocchio
le volubili rote: così giacque
l'Antemide trafitto Simoesio,
e tale dispogliollo il grande Aiace.
Contro Aiace l'acuta asta diresse
d'infra le turbe allor di Priamo il figlio
Antifo, e il colpo gli fallì; ma colse
nell'inguine il fedel d'Ulisse amico
Leuco che già di Simoesio altrove
traea la salma; e accanto al corpo esangue,
che di man gli cadea, cadde egli pure.
Forte adirato dell'ucciso amico
si spinse Ulisse tra gl'innanzi, tutto
scintillante di ferro, e più dappresso
facendosi, e dintorno il guardo attento
rivolgendo, librò l'asta lucente.
Si misero a quell'atto in guardia i Teucri,
e lo cansâr; ma quegli il telo a vôto
non sospinse, e ferì Democoonte,
Priamide bastardo che d'Abido
con veloci puledre era venuto.
A costui fulminò l'irato Ulisse
nelle tempie la lancia; e trapassolle
la ferrea punta. Tenebrârsi i lumi
al trafitto che cadde fragoroso,
e cupo gli tonâr l'armi sul petto.
Rinculò de' Troiani, al suo cadere,
la fronte, rinculò lo stesso Ettorre;
dier gli Argivi alte grida, ed occupati
i corpi uccisi, s'avanzâr di punta.
Dalla rocca di Pergamo mirolli
sdegnato Apollo, e rincorando i Teucri
con gran voce gridò: Fermo tenete,
valorosi Troiani, ed agli Achei
non cedete l'onor di questa pugna,
ché né pietra né ferro è la lor pelle
da rintuzzar delle vostr'armi il taglio.
Non combatte qui, no, della leggiadra
Tétide il figlio: non temete; Achille
stassi alle navi a digerir la bile.
Così dall'alto della rocca il Dio
terribile sclamò. Ma la feroce
Palla, di Giove glorïosa figlia,
discorrendo le file inanimava
gli Achivi, ovunque li vedea rimessi.
Qui la Parca allacciò l'Amarancìde
Dïore. Un'aspra e quanto cape il pugno
grossa pietra il percosse alla diritta
tibia presso il tallone, e feritore
fu l'Imbraside Piro che de' Traci
condottiero dall'Eno era venuto.
Franse ambidue li nervi e la caviglia
l'improbo sasso, ed ei cadde supino
nella sabbia, e mal vivo ambo le mani
ai compagni stendea. Sopra gli corse
il percussore, e l'asta in mezzo all'epa
gli cacciò. Si versâr tutte per terra
le intestina, e mortale ombra il coperse.
All'irruente Piro allor l'Etòlo
Toante si rivolge; e lui nel petto
con la lancia ferendo alla mammella
nel polmon gliela ficca. Indi appressato
gliela sconficca dalla piaga; e in pugno
stretta l'acuta spada glie l'immerse
nella ventraia, e gli rapìo la vita;
l'armi non già, ché intorno al morto Piro
colle lungh'aste in pugno irti di ciuffi
affollârsi i suoi Traci, e il chiaro Etòlo,
benché grande e gagliardo, allontanaro
sì che a forza respinto si ritrasse.
Così l'uno appo l'altro nella polve
giacquero i due campioni, il tracio duce,
e il duce degli Epei. Dintorno a questi
molt'altri prodi ritrovâr la morte.
Chi da ferite illeso, e da Minerva
per man guidato, e preservato il petto
dal volar degli strali, avvolto in mezzo
alla pugna si fosse, avrìa le forti
opre stupito degli eroi, ché molti
e Troiani ed Achivi nella polve
giacquer proni e confusi in quel conflitto.

Libro Quinto
Allor Palla Minerva a Dïomede
forza infuse ed ardire, onde fra tutti
gli Achei splendesse glorïoso e chiaro.
Lampi gli uscìan dall'elmo e dallo scudo
d'inestinguibil fiamma, al tremolìo
simigliante del vivo astro d'autunno,
che lavato nel mar splende più bello.
porte espugnammo: e nondimen più scarsi
eran gli armati che guidammo al sacro
muro di Marte, ne' divini auspìci
fidando e in Giove. Per l'opposto quelli
peccâr d'insano ardire e vi periro.
Non pormi adunque in onor pari i padri.
Gli volse un guardo di traverso il forte
Tidìde, e ripigliò: T'accheta, amico,
ed obbedisci al mio parlar. Non io,
se il re supremo Agamennóne istiga
alla pugna gli Achei, non io lo biasmo.
Fia sua la gloria, se, domati i Teucri,
noi la sacra cittade espugneremo,
e suo, se spenti noi cadremo, il lutto.
Dunque a dar prove di valor si pensi.
Disse, e armato balzò dal cocchio in terra.
Orrendamente risonâr sul petto
l'armi al re concitato, a tal che preso
n'avrìa spavento ogni più fermo core.
Siccome quando al risonante lido,
di Ponente al soffiar, l'uno sull'altro
del mar si spinge il flutto; e prima in alto
gonfiasi, e poscia su la sponda rotto
orribilmente freme, e intorno agli erti
scogli s'arriccia, li sormonta, e in larghi
sprazzi diffonde la canuta spuma:
incessanti così l'una su l'altra
movon l'achee falangi alla battaglia
sotto il suo duce ognuna; e sì gran turba
marcia sì cheta, che di voce priva
la diresti al vederla; e riverenza
era de' duci quel silenzio; e l'armi
di varia guisa, di che gìan vestiti
tutti in ischiera, li cingean di lampi.
Ma simiglianti i Teucri a numeroso
gregge che dentro il pecoril di ricco
padron, nell'ora che si spreme il latte,
s'ammucchiano, e al belar de' cari agnelli
rispondono belando alla dirotta;
così per l'ampio esercito un confuso
mettean schiamazzo i Teucri, ché non uno
era di tutti il grido né la voce,
ma di lingue un mistìo, sendo una gente
da più parti raccolta. A questi Marte,
a quei Minerva è sprone, e quinci e quindi
lo Spavento e la Fuga, e del crudele
Marte suora e compagna la Contesa
insazïabilmente furibonda,
che da principio piccola si leva,
poi mette il capo tra le stelle, e immensa
passeggia su la terra. Essa per mezzo
alle turbe scorrendo, e de' mortali
addoppiando gli affanni, in ambedue
le bande sparse una rabbiosa lite.
Poiché l'un campo e l'altro in un sol luogo
convenne, e si scontrâr l'aste e gli scudi,
e il furor de' guerrieri, scintillanti
ne' risonanti usberghi, e delle colme
targhe già il cozzo si sentìa, levossi
un orrendo tumulto. Iva confuso
col gemer degli uccisi il vanto e il grido
degli uccisori, e il suol sangue correa.
Qual due torrenti che di largo sbocco
devolvonsi dai monti, e nella valle
per lo concavo sen d'una vorago
confondono le gonfie onde veloci:
n'ode il fragor da lungi in cima al balzo
l'atterrito pastor: tal dai commisti
eserciti sorgea fracasso e tema.
Primo Antiloco uccise un valoroso
Teucro, alle mani nelle prime file,
il Taliside Echèpolo, il ferendo
nel cono del chiomato elmo: s'infisse
la ferrea punta nella fronte, e l'osso
trapanò: s'abbuiâr gli occhi al meschino,
che strepitoso cadde come torre.
Ghermì pe' piedi quel caduto il prence
de' magnanimi Abanti Elefenorre
figliuol di Calcodonte, e desïoso
di spogliarlo dell'armi, lo traea
fuor della mischia: ma fallì la brama;
ché mentre il morto ei dietro si strascina,
Agenore il sorprende, e a lui che curvo
offrìa nudati di pavese i fianchi,
tale un colpo assestò, che gli disciolse
le forze, e l'alma abbandonollo. Allora
tra i Troiani e gli Achei surse una fiera
zuffa sovr'esso: s'affrontâr quai lupi,
e in mutua strage si metteano a morte.
Qui fu che Aiace Telamonio il figlio
d'Antemion percosse il giovinetto
Simoesio, cui scesa dall'Idee
cime la madre partorì sul margo
del Simoenta, un giorno ivi venuta
co' genitori a visitar la greggia;
e Simoesio lo nomâr dal fiume.
Misero! Ché dei presi in educarlo
dolci pensieri ai genitor diletti
rendere il merto non poteo: la lancia
d'Aiace il colse, e il viver suo fe' breve.
che obbedisca al tuo cenno, o trar la spada
in agguati convegna o in ria battaglia?
Per odio de' Troiani io qua non venni
a portar l'armi, io no; ché meco ei sono
d'ogni colpa innocenti. Essi né mandre
né destrier mi rapiro; essi le biade
della feconda popolosa Ftia
non saccheggiâr; ché molti gioghi ombrosi
ne son frapposti e il pelago sonoro.
Ma sol per tuo profitto, o svergognato,
e per l'onor di Menelao, pel tuo,
pel tuo medesmo, o brutal ceffo, a Troia
ti seguitammo alla vendetta. Ed oggi
tu ne disprezzi ingrato, e ne calpesti,
e a me medesmo di rapir minacci
de' miei sudori bellicosi il frutto,
l'unico premio che l'Acheo mi diede.
Né pari al tuo d'averlo io già mi spero
quel dì che i Greci l'opulenta Troia
conquisteran; ché mio dell'aspra guerra
certo è il carco maggior; ma quando in mezzo
si dividon le spoglie, è tua la prima,
ed ultima la mia, di cui m'è forza
tornar contento alla mia nave, e stanco
di battaglia e di sangue. Or dunque a Ftia,
a Ftia si rieda; ché d'assai fia meglio
al paterno terren volger la prora,
che vilipeso adunator qui starmi
di ricchezze e d'onori a chi m'offende.
Fuggi dunque, riprese Agamennóne,
fuggi pur, se t'aggrada. Io non ti prego
di rimanerti. Al fianco mio si stanno
ben altri eroi, che a mia regal persona
onor daranno, e il giusto Giove in prima.
Di quanti ei nudre regnatori abborro
te più ch'altri; sì, te che le contese
sempre agogni e le zuffe e le battaglie.
Se fortissimo sei, d'un Dio fu dono
la tua fortezza. Or va, sciogli le navi,
fa co' tuoi prodi al patrio suol ritorno,
ai Mirmìdoni impera; io non ti curo,
e l'ire tue derido; anzi m'ascolta.
Poiché Apollo Crisëide mi toglie,
parta. D'un mio naviglio, e da' miei fidi
io la rimando accompagnata, e cedo.
Ma nel tuo padiglione ad involarti
verrò la figlia di Brisèo, la bella
tua prigioniera, io stesso; onde t'avvegga
quant'io t'avanzo di possanza, e quindi
altri meco uguagliarsi e cozzar tema.
Di furore infiammâr l'alma d'Achille
queste parole. Due pensier gli fêro
terribile tenzon nell'irto petto,
se dal fianco tirando il ferro acuto
la via s'aprisse tra la calca, e in seno
l'immergesse all'Atride; o se domasse
l'ira, e chetasse il tempestoso core.
Fra lo sdegno ondeggiando e la ragione
l'agitato pensier, corse la mano
sovra la spada, e dalla gran vagina
traendo la venìa; quando veloce
dal ciel Minerva accorse, a lui spedita
dalla diva Giunon, che d'ambo i duci
egual cura ed amor nudrìa nel petto.
Gli venne a tergo, e per la bionda chioma
prese il fiero Pelìde, a tutti occulta,
a lui sol manifesta. Stupefatto
si scosse Achille, si rivolse, e tosto
riconobbe la Diva a cui dagli occhi
uscìan due fiamme di terribil luce,
e la chiamò per nome, e in ratti accenti,
Figlia, disse, di Giove, a che ne vieni?
Forse d'Atride a veder l'onte? Aperto
io tel protesto, e avran miei detti effetto:
ei col suo superbir cerca la morte,
e la morte si avrà. - Frena lo sdegno,
la Dea rispose dalle luci azzurre:
io qui dal ciel discesi ad acchetarti,
se obbedirmi vorrai. Giuno spedimmi,
Giuno ch'entrambi vi difende ed ama.
Or via, ti calma, né trar brando, e solo
di parole contendi. Io tel predìco,
e andrà pieno il mio detto: verrà tempo
che tre volte maggior, per doni eletti,
avrai riparo dell'ingiusta offesa.
Tu reprimi la furia, ed obbedisci.
E Achille a lei: Seguir m'è forza, o Diva,
benché d'ira il cor arda, il tuo consiglio.
Questo fia lo miglior. Ai numi è caro
chi de' numi al voler piega la fronte.
Disse; e rattenne su l'argenteo pomo
la poderosa mano, e il grande acciaro
nel fodero respinse, alle parole
docile di Minerva. Ed ella intanto
all'auree sedi dell'Egìoco padre
sul cielo risalì fra gli altri Eterni.
Achille allora con acerbi detti
rinfrescando la lite, assalse Atride:
Ebbro! cane agli sguardi e cervo al core!
Tu non osi giammai nelle battaglie
Misera! in Argo all'insolente cenno
d'una straniera tesserai le tele.
Dal fonte di Messìde o d'Iperèa,
(ben repugnante, ma dal fato astretta)
alla superba recherai le linfe;
e vedendo talun piovere il pianto
dal tuo ciglio, dirà: Quella è d'Ettorre
l'alta consorte, di quel prode Ettorre
che fra' troiani eroi di generosi
cavalli agitatori era il primiero,
quando intorno a Ilïon si combattea.
Così dirassi da qualcuno; e allora
tu di nuovo dolor l'alma trafitta
più viva in petto sentirai la brama
di tal marito a scior le tue catene.
Ma pria morto la terra mi ricopra,
ch'io di te schiava i lai pietosi intenda.
Così detto, distese al caro figlio
l'aperte braccia. Acuto mise un grido
il bambinello, e declinato il volto,
tutto il nascose alla nudrice in seno,
dalle fiere atterrito armi paterne,
e dal cimiero che di chiome equine
alto su l'elmo orribilmente ondeggia.
Sorrise il genitor, sorrise anch'ella
la veneranda madre; e dalla fronte
l'intenerito eroe tosto si tolse
l'elmo, e raggiante sul terren lo pose.
Indi baciato con immenso affetto,
e dolcemente tra le mani alquanto
palleggiato l'infante, alzollo al cielo,
e supplice sclamò: Giove pietoso
e voi tutti, o Celesti, ah concedete
che di me degno un dì questo mio figlio
sia splendor della patria, e de' Troiani
forte e possente regnator. Deh fate
che il veggendo tornar dalla battaglia
dell'armi onusto de' nemici uccisi,
dica talun: Non fu sì forte il padre:
E il cor materno nell'udirlo esulti.
Così dicendo, in braccio alla diletta
sposa egli cesse il pargoletto; ed ella
con un misto di pianti almo sorriso
lo si raccolse all'odoroso seno.
Di secreta pietà l'alma percosso
riguardolla il marito, e colla mano
accarezzando la dolente: Oh! disse,
diletta mia, ti prego; oltre misura
non attristarti a mia cagion. Nessuno,
se il mio punto fatal non giunse ancora,
spingerammi a Pluton: ma nullo al mondo,
sia vil, sia forte, si sottragge al fato.
Or ti rincasa, e a' tuoi lavori intendi,
alla spola, al pennecchio, e delle ancelle
veglia su l'opre; e a noi, quanti nascemmo
fra le dardanie mura, a me primiero
lascia i doveri dell'acerba guerra.
Raccolse al terminar di questi accenti
l'elmo dal suolo il generoso Ettorre,
e muta alla magion la via riprese
l'amata donna, riguardando indietro,
e amaramente lagrimando. Giunta
agli ettorei palagi, ivi raccolte
trovò le ancelle, e le commosse al pianto.
Ploravan tutte l'ancor vivo Ettorre
nella casa d'Ettòr le dolorose,
rivederlo più mai non si sperando
reduce dalla pugna, e dalle fiere
mani scampato de' robusti Achei.
Non producea gl'indugi in questo mezzo
dentro l'alte sue soglie il Prïamìde
Paride: e già di tutte rivestito
le sue bell'armi, d'Ilio folgorando
traversava le vie con presto piede.
Come destriero che di largo cibo
ne' presepi pasciuto, ed a lavarsi
del fiume avvezzo alla bell'onda, alfine
rotti i legami per l'aperto corre
stampando con sonante ugna il terreno:
scherzan sul dosso i crini, alta s'estolle
la superba cervice, ed esultando
di sua bellezza, ai noti paschi ei vola
ove amor d'erbe o di puledre il tira;
tale di Priamo il figlio dalla rocca
di Pergamo scendea tutto nell'armi
esultante e corrusco come sole.
Sì ratti i piedi lo portâr, ch'ei tosto
il germano raggiunse appunto in quella
che dal tristo parlar si dipartìa
della consorte. Favellò primiero
Paride, e disse: Alla tua giusta fretta
fui di lungo aspettar forse cagione,
venerando fratello, e non ti giunsi
sollecito, tem'io, come imponesti.
Generoso timor! rispose Ettorre;
null'uom, che l'opre drittamente estimi,
darà biasmo alle tue nel glorioso
mestier dell'armi; ché tu pur se' prode.
Ma, colpa del voler, spesso s'allenta
la tua virtude, e inoperosa giace.
del morto Apisaon l'armi rapire,
mise in cocca lo strale, e d'aspra punta
la destra coscia gli ferì. Si franse
il calamo pennuto, e tal nell'anca
spasmo destò, che ad ischivar la morte
gli fu mestieri ripararsi a' suoi,
alto gridando, O amici, o prenci achivi,
volgetevi, sostate, liberate
da morte Aiace; egli è da' teli oppresso,
sì ch'io pavento, ohimè! che più non abbia
scampo l'eroe: correte, circondate
de' vostri petti il Telamònio figlio.
Così disse il ferito: e quelli a gara
stretti inclinando agli omeri gli scudi,
e l'aste sollevando, al grande Aiace
si fêr dappresso; ed ei venuto in salvo
tra' suoi, di nuovo la terribil faccia
converse all'inimico. In cotal guisa,
come fiamma, tra questi ardea la zuffa.
Di sudor molli intanto e polverose
le cavalle nelèe fuor della pugna
traean col duce Macaon Nestorre.
Lo vide il divo Achille e lo conobbe,
mentre ritto si stava in su la poppa
della sua grande capitana, e il fiero
lavor di Marte, e degli Achei mirava
la lagrimosa fuga. Incontanente
mise un grido, e chiamò dall'alta nave
il compagno Patròclo: e questi appena
dalla tenda l'udì, che fuori apparve
in marzïal sembianza; e dal quel punto
ebbe inizio fatal la sua sventura.
Parlò primiero di Menèzio il figlio:
A che mi chiami, a che mi brami, Achille?
O mio diletto nobile Patròclo,
gli rispose il Pelìde, or sì che spero
supplicanti e prostesi a' miei ginocchi
veder gli Achivi, ché suprema e dura
necessità li preme. Or vanne, o caro,
vanne e chiedi a Nestòr chi quel ferito
sia, ch'ei ritragge dalla pugna. Il vidi
ben io da tergo, e Macaon mi parve,
d'Esculapio il figliuol; ma del guerriero
non vidi il volto, ché veloci innanzi
mi passâr le cavalle, e via spariro.
Disse; e Patròclo obbedïente al cenno
dell'amico diletto già correa
tra le navi e le tende. E quelli intanto
del buon Nelìde al padiglion venuti
dismontaro, e l'auriga Eurimedonte
sciolse dal carro le nelèe puledre,
mentr'essi al vento asciugano sul lido
le tuniche sudate, e delle membra
rinfrescano la vampa: indi raccolti
dietro la tenda s'adagiâr su i seggi.
Apparecchiava intanto una bevanda
la ricciuta Ecamède. Era costei
del magnanimo Arsìnoo una figliuola
che il buon vecchio da Tenedo condotta
avea quel dì che la distrusse Achille,
e a lui, perché vincea gli altri di senno,
fra cento eletta la donâr gli Achivi.
Trass'ella innanzi a lor prima un bel desco
su piè sorretto d'un color che imbruna,
sovra il desco un taglier pose di rame,
e fresco miel sovresso, e la cipolla
del largo bere irritatrice, e il fiore
di sacra polve cereal. V'aggiunse
un bellissimo nappo, che recato
aveasi il veglio dal paterno tetto,
d'aurei chiovi trapunto, a doppio fondo,
con quattro orecchie, e intorno a ciascheduna
due beventi colombe, auree pur esse.
Altri a stento l'avrìa colmo rimosso;
l'alzava il veglio agevolmente. In questo
la simile alle Dee presta donzella
pramnio vino versava; indi tritando
su le spume caprin latte rappreso,
e spargendovi sovra un leggier nembo
di 